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Don Giacinto Bianchi - Biografia

Cenni biografici

            Carlo Giacinto BIANCHI, Figlio di Giovanni Rocca Bianchi e di Paola Solci, nasce il 15 agosto 1835, a Villa Pasquali, un piccolo paese della pianura Padana, nella diocesi di Cremona.
             E’ il maggiore di 11 fratelli, frequenta la scuola primaria nel suo paese nativo e la scuola secondaria a Casalmaggiore; ogni giorno percorre a piedi il tragitto, perché la sua famiglia non può permettersi di pagare il trasporto.
            La grazia del Signore sostiene la sua crescita, dotandolo di una particolare affabilità verso i familiari, di una grande compassione per i poveri e di una quasi innata applicazione alla preghiera, al sacrificio e alla liturgia.
Il pensiero di “farsi santo”, di “diventare sacerdote e andare lontano” lo accompagna per tutto il tempo della sua fanciullezza e adolescenza, ma, come egli scriverà in seguito, la certezza di questa vocazione viene sigillata da un evento cruciale. All’età di 14 anni, lui che non aveva mai goduto di ottima salute, si ammala gravemente fino ad essere in fin di vita, poi guarisce improvvisamente: Giacinto ritiene che questo sia un segno speciale del cielo, un nuovo motivo per decidere di dedicarsi totalmente a Dio.

Da Villa Pasquali a Scandolara

La viva speranza di entrare in seminario viene messa lungamente alla prova dalla difficile situazione economica della famiglia, che non manca, però, di affrontare i necessari sacrifici per favorire la vocazione del figlio. Il sogno si realizza l’11 ottobre 1852, festa della maternità di Maria, quando entra nel seminario di Cremona. Si inserisce con facilità in questo ambiente formativo.

Tra gli avvenimenti del tempo del seminario, va certamente ricordata la festa solenne celebrata il 22 aprile 1855, per rivivere la definizione dogmatica dell’immacolato concepimento di Maria Vergine, a cui il giovane seminarista partecipò con “entusiasmo e pietà”, avvenimento che contribuì certamente ad arricchire la sua viva devozione a Maria.
 
Completa gli studi con impegno e successo e il 29 maggio 1858 viene ordinato sacerdote da Mons. Antonio Novasconi. E’ subito inviato come coadiutore a San Matteo delle Chiaviche e, in seguito, a Cella Dati e a Scandolara.
 
In quattro anni di permanenza a Scandolara, Padre Giacinto ha tempo e opportunità, oltre che mente e cuore, per rendersi conto del tipico stampo socio-religioso di una parrocchia, dove la gente è, nella stragrande maggioranza, addetta al lavoro dei campi. Chi non possiede terreni propri, è costretto ad andare a lavorare a giornata nei terreni altrui, per vivere.

Nota che un buon numero di contadine, il più delle volte non maritate, dopo aver speso una vita nel saltuario lavoro agricolo, finiscono i loro giorni in triste amarezza, sole e abbandonate. Giovane sacerdote, Giacinto guarda la sua gente con gli occhi di Gesù: vede in quanta necessità si trovano, soprattutto le donne. Vorrebbe subito porvi rimedio, ma bisogna trovare la strada giusta. Sono tempi difficili: il rapporto tra Chiesa e Stato italiano, appena unificato, è complesso e conflittuale; le idee liberali, massoniche e l’anticlericalismo sono forti e diffusi e viene osteggiata perfino l’idea di una istituzione a carattere religioso. Padre Giacinto pensa di ovviare con l’apertura di una “Casa lavoro” per raccogliere e guidare le donne. L’apertura ufficiale avvienel’8  dicembre 1864, ma l’accusa di nascondere un altro fine e di voler formare un gruppo religioso, non avendone neanche i mezzi economici, impedisce l’iniziativa quasi sul nascere.

 L’opposizione e il fallimento da una parte, la salute sempre cagionevole dall’altra, fanno ritenere a Padre Giacinto che è più opportuno abbandonare definitivamente Scandolara e cercare nuovi sbocchi apostolici.


Da Genova a Pigna

Dopo queste prime esperienze pastorali nella Diocesi di Cremona, padre Giacinto si trasferisce a Genova presso il sacerdote Giuseppe M. Frassinetti, dove vive in comunità con altri sacerdoti uniti dallo stesso ideale. Le lettere e gli avvenimenti ci fanno capire che dai pochi incontri precedenti con padre Giacinto, Frassinetti aveva “sicuramente intuito la stoffa di Prete e non si sbagliava” gli affida molti incarichi di fiducia, lo mette a parte dei suoi piani e lo incoraggia nei suoi progetti personali. E’ un’esperienza, come dice il biografo  Revelli, ricca dell’apporto comunitario e della grazia di Dio a cui Giacinto corrisponde con zelo; esperienza che misteriosamente sembra anticipare il Decreto del Concilio Vaticano Il, Presbyterorum Ordinis dove una certa vita comune dei sacerdoti è auspicata con forza “per far sì che i presbiteri possano reciprocamente aiutarsi a fomentare la vita spirituale e intellettuale, collaborare più efficacemente nel ministero, ed eventualmente evitare i pericoli della solitudine”.

La morte del Frassinetti, sopraggiunta improvvisa il 2 gennaio 1868, è per Giacinto una grande perdita. Ha 33 anni, riprende il cammino di un nuovo esodo e si dedica alla predicazione, tentando di cogliere con chiarezza il disegno di Dio su di sé, L’incontro con Padre Leandro, gesuita, fa maturare in lui la decisione di entrare nella Compagnia di Gesù, è il 29 luglio 1870. Per le sue capacità oratorie come predicatore è ammirato ed ascoltato dalla gente; apprezzato dai superiori per il suo zelo e fervore apostolico; viene però invitato a lasciare l’ordine dei Gesuiti il 2 febbraio 1872, perché possa vivere con più  autenticità il suo carisma missionario.

Già da novizio gesuita si era recato a Pigna (Imperia) per predicarvi una missione e nel 1872 vi ritorna come reggente della parrocchia. La gente ha conservato di lui un ricordo vivo della sua parola efficace e coinvolgente, capace di entrare “nel cuore di tutti”. A ragione il Canonico G. B. Revelli, suo compagno di predicazione, ce lo presenta come “spirito ardente, ricco di fede, di amore, di entusiasmo, dotato di bell’ingegno, di parola pronta, rapida e soprattutto efficace, valente oratore popolare, capace di attrarre moltitudini… lo si ascoltava volentieri e con profitto dell’anima”.

A Pigna, dove rimane per sette anni, egli crea la confraternita del SS. Sacramento per gli uomini, la Congregazione delle Madri Cristiane per le donne, l’associazione di San Luigi per i giovani e si dedica con tutto il cuore alle Pie Unioni delle Figlie di Maria. Pur avendone l’opportunità, padre Giacinto non accetta mai la nomina a Parroco, per umiltà, ma anche perché la sua personalità non è portata a pianificare e a organizzare, ma piuttosto a creare e a spaziare.

Nonostante la sua generosità e il suo zelo, deve far fronte anche a diverse amarezze e disavventure. Due grandi fatti segnano la vita del paese e di P. Giacinto in questo periodo: l’erezione della grotta alla Vergine di Lourdes, manifestazione visibile dell’amore che nutre da sempre verso la Vergine Maria. il carcere indice di quella sofferenza che segnerà profondamente la sua sperienza umana e cristiana e del suo amore alla Croce, come prezzo da pagare per la sequela di Cristo. “Le critiche e gli avversari riescono a farlo arrestare e processare...: egli non parla, non si lamenta, pensa che anche Gesù fu messo in carcere e lieto va dove lo conducono” (Is 53,7).

Libero dal carcere, riprende il suo lavoro a Pigna. Pensa di affiancare la Pia Unione delle Figlie di Maria ad una comunità di sorelle che possano vivere in comune e impegnarsi ad alimentare e mantenere in loro lo spirito della P. U. Il vescovo di Ventimiglia Mons. Lorenzo Biale, gli affida la direzione di un gruppo di giovani, Padre Giacinto coglie l’occasione per lanciare l’idea di una “casa Famiglia” per concretizzare il suo pensiero.
Una Figlia di Maria è pronta ad aprire la casa ed assieme ad altre ragazze, può riunirvisi per lo scopo prefisso l’11 lfebbraio 1875.

Nel frattempo arriva una sollecitazione da Betlemme: padre Antonio Belloni ha fondato un orfanotrofio maschile e non ha donne che si impegnano nel governo domestico, P. Giacinto lancia un appello dal pulpito che lui stesso racconta: "Una Domenica predicando alle Figlie di Maria e S. Agnese al cospetto di tutto il popolo, per animarle al bene dissi del gran bene che fanno le Suore nelle Missioni Estere e venni ad un particolare, dicendo: A Betlemme tal D. Antonio Belloni ha fondato un Orfanotrofio maschile, e non ha donne, che si impegnano pel governo domestico dell’Orfanotrofio cioè cucina vestimenti ecc..."

Risponde una giovane, Caterina Orengo, poi altre due Figlie di Maria, Padre Giacinto le forma nella casa famiglia dove altre giovani si rendono disponibili per andare a Betlemme: è il primo nucleo delle Figlie di Maria Missionarie.
 
Il 22 agosto 1876 le prime tre missionarie partono per l’Oriente. Vivono lì per 16 anni, serene, completamente donate, e confortate dalle frequenti visite del padre.

Ma un’altra delusione aspetta Padre Giacinto il quale: con suo sommo rammarico e con grande pena ne! cuore, recatosi ancora una volta in terra Santa nella primavera deI 1892, si vide costretto a far tornare le sue Figlie in Italia”. La sua fede, però, non crolla, anzi, il suo spirito missionario si rafforza ed egli continua a cercare nuovi possibili luoghi di missione attraverso Propaganda Fide: “Voleva che le sue Figlie fossero inviate in altre terre di missione, anche lontane e difficili. Ed egli medesimo bramava finire i suoi giorni di Missionario Apostolico nelle Missioni Estere”.

Da Pigna a Genova, verso orizzonti senza confini

Probabilmente P. Giacinto non è mai “entrato” nella discussione fra i teorici della missiologia del XIX secolo, ma ha vissuto il suo essere apostolo secondo la pietà e la religiosità richiesta ad un missionario, urbano prima, apostolico dopo, come egli stesso si definiva e come è stato riconosciuto da Propaganda Fide nel 1890.

Padre Giacinto è instancabile: egli non può contentarsi di evangelizzare solo in ltalia; vuole andare oltre le frontiere, andrà tra gli immigrati in Svizzera, Francia ed altri paesi per annunciare la parola di Dio ai popoli più lontani, a coloro che non conoscono ancora il Signore . Va spesso anche in Oriente, particolarmente in Palestina, guidato dal suo amore a Cristo e a Maria. L’ideale, il programma di vita, l’impegno tracciato per sé e per le sue Figlie di Maria Missionarie è compreso nella loro prima formula di professione: ". . .che a guisa degli apostoli io mi faccia tutto a tutti per guadagnarli a Gesù Cristo e non vivendo più io in me stesso ma Gesù in me, cerchi anch’io di accendere quel fuoco di carità che Egli è venuto a portare sulla terra ed altro non desideri se non che si accenda".

Consumato da quel "fuoco" e stroncato dalla malattia muore l’il febbraio del 1914, attorniato dalle sue Figlie che “amò sino alla fine”, dopo aver affidato l’istituto delle sorelle Missionarie nelle mani del Vescovo di Reggio Emilia, Mons. Brettoni.

 
     
 
 
     
  Don Giacinto Bianchi

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